THE TRANSIT IS THE MESSAGE
di
Domiziana Giordano

Università degli Studi di Napoli Federico II.
Facoltà di Sociologia
19 Giugno 2002

Piet Mondrian è un buon esempio di quanto l’arte figurativa, del secolo scorso, sia andata in sintonia con la musica. Mondrian, raffinato conoscitore delle nuove tendenze musicali, ne fu contagiato tanto da attuare quella che è la più palese simbiosi, o come va di moda dire adesso “contaminazione”, tra arte visiva e musica.
Nei suoi quadri realizzati negli anni ‘30, chiamati non a caso BoogieWoogie e realizzati durante la sua permanenza negli Stati Uniti, si nota la scrittura musicale laddove le linee nere vengono spezzate da un velo di colore bianco, che le copre e nello stesso tempo le lascia trasparire impercettibilmente, tanto da dire “qui non c’è un vuoto, qui c’è una pausa”.
Si realizza così il ritmo musicale, reso codice attraverso un segno personale trasformato in segno e colore.
Il vuoto tra una linea nera ed un'altra non è altro che un silenzio, che in termini musicali è la pausa che ne determina poi il ritmo.
La pausa ripetuta nel tempo produce il silenzio. Un silenzio che formalmente si chiama musica, e, infatti, John Cage scrisse un pezzo dove era presente solo “quella” nota musicale.
Negli ultimi decenni, da quando l’era tecnologica è apparsa tra le mura domestiche, l’evoluzione dei differenti linguaggi è proseguita in un cammino dove la convergenza dei differenti aspetti formali si è amalgamata fino a crearne uno nuovo, qualcosa che si potrebbe paragonare alla scoperta di un nuovo colore nell’arcobaleno: Internet.
Le radici le possiamo trovare, in maniera molto evidente, nel remote control che si usa per cambiare i canali TV. Questo hardware, è una sorta di preludio a quello che ne è conseguito poi.
Il passaggio veloce tra diversi canali TV, ha generato, tramite lo zapping, la nascita di un linguaggio ipertestuale (passivo) che ci ha portato a adattarci ai modi e ai tempi delle pagine della Rete.
Questo procedimento di rapidità mentale ci ha abituato ad un potenziamento della capacità di velocizzare la dinamica di digestione delle informazioni.
Non siamo certamente diventati più intelligenti, ma ci ha abituato a ritmi più veloci con conseguenze interessanti anche da un punto di vista neurologico, argomento, questo, che non staremo qui ad approfondire.
Questo “andar di palo in frasca” ha permesso un allenamento intellettivo capace di saltare da un assunto all’altro abituando il cervello ad assorbire più rapidamente le informazioni tramite una sintesi poco elaborata.
Questo comportamento ha portato ad un cambiamento della cognizione dell’informazione, che non ha nulla a che fare con una maggiore potenzialità della capacità intellettiva umana.
E’ un isomorfismo all’interno dello stesso veicolo d’indagine semiotica, che sconfina senza alternative di sorta in un argomento d’assoluto carattere sociologico.
La parte interessante di questo progresso linguistico è che il fenomeno sociologico è molto di più evidente adesso, rispetto al passato.
Il risultato di questo dinamismo ha portato ad un abbassamento sostanziale della cultura generale, a favore di una superficialità effimera che contiene però anche aspetti interessanti, perché sono il risultato di un’evoluzione linguistica formale.
Ma quale sono queste modifiche sostanziali? Un esempio straordinario si trova nel linguaggio usato nelle chat rooms su Internet e, da ultimo, nei messaggi sms dei telefoni cellulari che a mio avviso sintetizzano la società moderna.
Qui ci troviamo di fronte ad una sintesi sia grammaticale sia psicologica. La parola non perde la sua funzionalità in una sintassi errata, ma si trasforma spesso in una serie d’acronimi in un linguaggio che è identificato e riconosciuto solo in una determinata cerchia di persone.
Si delinea quindi un nuovo concetto di tribù.
La musica è anche questa personalizzata. Il DJ è colui/colei che rende unica ma comunque ricostruibile un momento dove le varie tribù si ritrovano a confrontarsi: un luogo dove il riscontro è assai approssimativo in termini intellettuali ma invasi da eloquenti segni di appartenenza ad determinate tribù, ed espletati in un abbigliamento e in una gestualità che determinano una nuova cultura non meno interessante di quella accademica. Almeno da un punto di vista antropologico.
Esiste un filo diretto tra il linguaggio, l’arte e la musica.
Personalmente vedo nella musica lo stimolo motrice di quest’evoluzione.
La musica dei DJ, attraverso l’uso del campionamento d’altra musica precedentemente realizzata da differenti artisti, è rielaborata dal vivo nelle discoteche, realizzando così composizioni assolutamente personalizzate con omaggi a questo o a quell’artista.
La parte interessante di questo procedimento compositivo, non è tanto l’omaggio, la citazione di un particolare brano, quanto la struttura lessicale di essa.
La forma narrativa, che puo’ essere applicata anche ad altre forme di narrazione, si ritrova nella forma della sonata,
elaborata a partire dal 1600 ed è la forma che più direttamente affronta il problema della organizzazione di un pensiero musicale. Una partitura divisa in tre movimenti:
introduzione, conflitto, risoluzione.
Nella musica dei nostri giorni, invece, troviamo un brano che inizia e non ritorna.
Il giro musicale non riesce neppure ed entrare perché la ritmica si ferma nella ripetizione continua delle prime note che si susseguono, in quello che viene chiamato loop, che non evolve mai, se non con l’aggiunta di nuovi ritmi che invece di portarci nell’evoluzione della canzone, rimangono in attesa, come un mantra.
Quello che interessa è il loop, la ripetizione. Ballare sullo stesso brano che non concede nient’altro, se non sé stesso in mille forme, ma rimane uguale a sé stesso.
E questa peculiarità del loop, è la forma più attendibile per capire la società attuale del mondo occidentale. Una società talmente fragile ed inquieta che pur di non chiedersi dove sta andando, ripete incessantemente gli stessi output mediatici che ipnotizzano nel loro succedersi con i loro stessi cloni.
In psicanalisi questa forma di ricerca di sicurezza è piuttosto normale nell’età dell’infanzia, ma se questo accade in fase adulta si può tranquillamente definire una regressione.
La sicurezza sta nel vedere, vivere la stessa sensazione, segno, suono, ripetuto all’infinito.
Tutto si muove in fretta ma rimane sempre uguale.
Viene a mancare l’isomorfismo del messaggio. Quello che importa è “esserci” è il passaggio.
Mc Luhan diceva “the medium is the message”. Ora è la volta di “the transit is the message”. Questo processo di enunciato autoreferenziale riporta al Teorema di Incompletezza di Godel.
Il contenuto non interessa più, non esiste più, e se c’è non si fa in tempo a fermarlo ed analizzarlo perché non si fa in tempo. Tutto scorre, tutto transita. L’importante è transitare e far parte del flusso.

FINE